{"id":8,"date":"2013-04-05T17:45:34","date_gmt":"2013-04-05T15:45:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.mariangelapiotti.it\/?p=8"},"modified":"2016-05-12T17:04:01","modified_gmt":"2016-05-12T15:04:01","slug":"etnopsichiatria-la-possibilita-di-incontrare-l-altro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.mariangelapiotti.it\/etnopsichiatria-la-possibilita-di-incontrare-l-altro\/","title":{"rendered":"L\u2019Etnopsichiatria: la possibilit\u00e0 di incontrare l\u2019altro"},"content":{"rendered":"<h3>L&#8217;Etnopsichiatria<\/h3>\n<p>\u201c<em>La moltiplicazione di situazioni in cui gruppi culturali differenti vengono a contatto fa s\u00ec che non sia pi\u00f9 possibile applicare il <strong>protocollo psicologico-psichiatrico<\/strong> che abbiamo ereditato dagli studi otto-novecenteschi.\u00a0Si rende necessario trovare un metodo pratico e l&#8217;Etnopsichiatria \u00e8 la prima scienza coerente con ci\u00f2 che sta accadendo nel mondo<\/em>\u201d.<br \/>\nLe parole di <strong>Piero Coppo<\/strong>, neuropsichiatra e psicoterapeuta, si dirigono verso la definizione degli approcci di ricerca e di sostegno rivolti a pazienti stranieri.<\/p>\n<p>Le migrazioni inducono ad \u201cincontrare altri\u201d e, dunque, a ripensare i modelli di salute, di eziologia e di trattamento della \u201cmalattia\u201d, a cercare di sospendere ogni giudizio etnocentrico, per meglio apprezzare, riconoscere ed educare se stessi e l\u2019altro ad una<strong> autopreferenzialit\u00e0 culturale<\/strong> che non ammetta pregiudizio alcuno.<\/p>\n<p><strong>Tobie Nathan<\/strong>, uno dei massimi esponenti dell\u2019approccio etnopsichiatrico ha rilevato che \u201cl\u2019incontro con l\u2019altro \u00e8 sempre traumatico\u201d, e che il vero problema consiste nella \u201c<strong>traducibilit\u00e0 dell\u2019altro<\/strong>\u201d.\u00a0Non sarebbe dunque superfluo interrogarsi su chi sia (e come sia) veramente l\u2019altro-da-noi, in un mondo che cambia nel segno di una societ\u00e0 sempre pi\u00f9 multietnica.<\/p>\n<p>Sembra proprio di dover re-inventare una nozione nuova dell\u2019alterit\u00e0, anche semplicemente per con-vivere con l\u2019altro.<br \/>\nUn \u201caltro-da-noi\u201d\u00a0 che costringe a mutare i dispositivi lessicali per imparare a tradurlo, appunto.<br \/>\nDel resto, uscire dalle consuetudini, \u201cdalla conoscenza quotidiana, sperimentare il nuovo o anche lo straordinario e riportarlo poi nell\u2019ambito della realt\u00e0 conoscitiva ordinaria, \u00e8 una sfida faticosa, ma stimolante.\u201d<\/p>\n<p>Il \u201cnostro\u201d psicotico e lo straniero, da questo punto di vista, presentano per gli psicologi e psichiatri qualche analogia: entrambi ci forzano ad <strong>accettare e valorizzare i modi diversi dal nostro<\/strong> di intendere la realt\u00e0, i rapporti fra le persone e a ripensare radicalmente i nostri modelli interpretativi e terapeutici(8).<\/p>\n<p>Molte persone immigrate, che si recano nei servizi sanitari del paese di accoglienza, portano in evidenza soltanto la propria richiesta di assistenza prettamente medica e corporea, nascondendo all\u2019interno del silenzio la propria storia fatta di vicissitudini tragiche, di abbandoni e separazioni.<\/p>\n<p>Il modo di avvicinarsi alla possibilit\u00e0 di essere accolti attraverso <strong>un ascolto \u201cdiverso\u201d<\/strong>, pi\u00f9 empatico, pi\u00f9 personale e rispettoso assieme, presenta spesso un notevole grado di scetticismo e di iniziale diffidenza.\u00a0Nello stesso tempo, chi offre questo ascolto, \u00e8 un professionista formatosi attraverso modelli che contengono riferimenti scientifici, culturali e sociali tipici della cultura all\u2019interno della quale si \u00e8 formato.\u00a0In questa situazione iniziale si pone <strong>l\u2019incontro tra il paziente immigrato e l\u2019operatore psicologico<\/strong> e\/o educativo.<\/p>\n<p>Ora, si ha l\u2019impressione che, rispetto al mondo dell\u2019immigrazione, la nostra cultura, i nostri sofisticati strumenti di ascolto, i nostri codici di attribuzione di senso, siano sotto la minaccia di uno scacco.\u00a0A muoversi verso la direzione della comprensione del fenomeno dell\u2019migrazione nell\u2019ottica della salute mentale si pone, oramai da anni, la disciplina dell\u2019Etnopsichiatria.<br \/>\nCercare di definire l\u2019Etnopsichiatria pu\u00f2 essere fuorviante da un punto di vista concettuale,<br \/>\ncome ci suggerisce Beneduce; \u00e8 difficile, infatti, delineare la definizione di una disciplina che \u00e8 per sua natura pluriforme(9)\u00a0 , \u201cdi frontiera\u201d(10)\u00a0 , \u201cnomade\u201d(11). Sarebbe, dunque, pi\u00f9 corretto parlare di etnopsichiatrie, diverse quanto diverse sono le culture a cui esse si appoggiano.<\/p>\n<p>Questa disciplina sorge dalla convergenza d\u2019interessi e d\u2019informazioni culturali provenienti dalle cosiddette aree di confine tra discipline come la Medicina, la Psicologia, la Pedagogia interculturale, l\u2019Antropologia, la Sociologia.<br \/>\nIl termine Etnopsichiatria venne introdotto per la prima volta da Georges Devereux nel 1961, quando ancora si utilizzava il termine di Psichiatria transculturale per indicare l\u2019ambito di studio delle patologie di pazienti di culture extraeuropee, anche se si ritiene che tale termine fosse stato introdotto gi\u00e0 anni prima da J. Carothers(12).<\/p>\n<p>L\u2019Etnopsichiatria \u00e8 definita come \u201c\u2026una tecnica terapeutica che riserva uguale importanza alla dimensione culturale del disturbo e della sua presa in carico da un lato, all\u2019analisi dei funzionamenti interni della mente, dall\u2019altro\u201d(13).<br \/>\nDisciplina comparativa che ingloba dentro di s\u00e9 un sapere medico occidentale e altri saperi provenienti da molteplici culture; nel tempo essa si \u00e8 assunta il difficile compito di tradurre tutto questo in efficace pratica terapeutica: \u201cla sfida, dunque, \u00e8 quella dell&#8217;elaborazione di un saper fare nuovo, multidisciplinare e multiculturale, che nasca dal vedere dall&#8217;alto, e in parallelo, i vari sistemi culturali e quindi anche i vari modelli antropologici e saper-fare terapeutici, tra i quali, ma sullo stesso livello gerarchico, anche quello prodotto in Occidente.<br \/>\nUn saper-fare capace di rispettare e contenere\u00a0 differenze e specificit\u00e0, in grado di mediare conflitti tra gli inevitabili, ma anche auspicabili, perch\u00e9 portatori di diversit\u00e0, localismi\u201d(14) , non senza riconoscere distinzioni e peculiarit\u00e0 fra un sapere e l\u2019altro.<br \/>\nSe ci\u00f2 \u00e8 vero, tutte le consuete modalit\u00e0 (psicologiche, pedagogiche, psicoanalitiche) di comprendere l\u2019altro e di rispondere alla sua sofferenza, possono essere radicalmente rielaborate.<\/p>\n<p>Questa faticosa (e non indolore) opera di de-narcisizzazione della cultura occidentale\u00a0 costituisce la condizione per evitare il rischio di cadere nell\u2019impotenza comunicativa ed operativa.<br \/>\nD\u2019altra parte, l\u2019incalzare delle nuove situazioni sociali, obbliga a\u00a0 riadattare il nostro apparato cognitivo rispetto all\u2019area salute\/malattia\/cura per poter leggere quelle che ci si presentano come realt\u00e0 altre (comunque inusuali, per noi) della condizione umana.<\/p>\n<p><strong>Il \u201cpassaggio di confine\u201d come necessit\u00e0 formativa etnopedagogica.<\/strong><\/p>\n<p>La relazione di cura con gli immigrati costituisce precisamente una relazione transculturale di cura, dove il termine \u201ctransculturale\u201d sta ad indicare il riconoscimento che la relazione si attua fra persone che rinviano esse stesse a mondi culturali diversi.<br \/>\nLa ricostruzione narrativa di un\u2019appartenenza culturale \u00e8 assolutamente necessaria, perch\u00e9 permette di riconoscere che ogni cultura \u201cfabbrica\u201d gli individui in modo specifico, uguali e diversi allo stesso tempo rispetto a quelli creati dagli altri sistemi culturali ed etnici.<\/p>\n<p>Nella suddetta relazione terapeutica, l\u2019intero bagaglio nosografico e terapeutico delle scienze psicologiche occidentali viene messo in discussione e sperimenta spesso un\u2019insormontabile impasse.<br \/>\nTale situazione stimola un\u2019opportuna riflessione sull\u2019evoluzione storica del sapere psicologico e suscita interrogativi sulla validit\u00e0 univoca del modello occidentale che tende ad appiattire la complessit\u00e0 dei rapporti tra aspetti culturali e manifestazioni psicopatologiche, per andare alla ricerca di invarianti naturali, piuttosto che di variabili socioculturali(15).<\/p>\n<p>La stessa organizzazione dei nostri servizi sanitari risulta impostata su di una logica \u201ccartesiana\u201d che radica e rafforza, nella sua operativit\u00e0, quella divisione tra mente e corpo tipica dell\u2019impostazione occidentale, ma spesso totalmente estranea all\u2019esperienza di chi proviene da culture extra-occidentali, nelle quali prevale una visione maggiormente olistica e diversamente complessa della malattia e della salute(16) .<br \/>\n\u00c8 un confine, quella linea che chiede di essere superata nell\u2019affrontare un fenomeno del genere negli ambiti di cura e sostegno psicologico, un passaggio di confine nel tentativo di colmare lo scarto esistente tra la portata esistenziale dell\u2019esperienza migratoria e i modelli di riferimento delle discipline psicologiche.<\/p>\n<p>La capacit\u00e0 di sporgersi su questo confine descrive, dunque, per la Psicologia un\u2019attitudine utile ad avvicinarsi alla condizione di precariet\u00e0 e d\u2019indissolubile incertezza simile a chi vive l\u2019esperienza migratoria, un avvicinamento funzionale alla sintonia empatica, nel tentativo di costruire un universo referenziale \u201cmeticcio\u201d, abitabile per l\u2019operatore quanto per il paziente.<br \/>\nLa Psicologia che si occupa della diagnosi, della comprensione e delle strategie terapeutiche necessarie per il superamento di un disturbo psichico \u00e8 il luogo del cortocircuito, del dentro e del fuori, del soggetto e dell\u2019oggetto.<br \/>\nIl suo peccato originale, per dire cos\u00ec, \u00e8 quello di perseguire l\u2019oggettivazione dell\u2019inoggettivabile, di voler ridurre ad oggetto ci\u00f2 che non solo o non semplicemente non \u00e8 un oggetto, ma che \u00e8 il luogo stesso a partire da cui l\u2019oggetto si costituisce: cio\u00e8, visto dal lato della Psicologia, il soggetto stesso, l\u2019interiorit\u00e0, la psiche.<\/p>\n<p>Questo problema, per\u00f2, oggi accompagna anche la Pedagogia speciale nell\u2019incontro con giovani soggetti, portatori di disabilit\u00e0, provenienti da nuclei familiari immigrati da paesi non occidentali.<br \/>\nDa questo punto di vista, molto si deve anche alla riflessione pedagogica condotta da studiosi interculturalisti, i quali da un\u2019attenzione meramente assistenzialistica, caritatevole e\/o umanitaria degli anni settanta\/ottanta, sono transitati, nel tempo ad una pi\u00f9 pertinente teorizzazione del ruolo delle culture nei processi educativi e,\u00a0 in particolare, alla riconsiderazione e ridefinizione del ruolo della disciplina pedagogica interculturalista rispetto alle pratiche di accoglienza e di educazione dell\u2019altro all\u2019interno del contesto socioculturale e legale, del paese al quale l\u2019immigrato chiede aiuto ed ospitalit\u00e0.<\/p>\n<p>Per questo motivo, l\u2019etnopedagogia si accompagna all\u2019etnopsichiatria e alla stessa psicologia, dal momento che tra gli aspetti importanti della sofferenza mentale vi sono i modi soggettivi, ecologicamente intesi, di porsi nei confronti della vita, delle persone care, del mondo, del lavoro, della relazione.<br \/>\nL&#8217;angoscia, la tristezza, la disperazione, la dissociazione, il delirio, i vissuti emozionali profondi, hanno in qualche modo a che fare con quei modi di essere.<br \/>\nPartendo dal presupposto che l&#8217;ascolto costituisce il punto di partenza di un qualsiasi incontro terapeutico, di sostegno o educativo, ci si rende conto che se si rimane nel confine dei modelli metapsicologici occidentali, il problema rimane del tutto insoluto.<\/p>\n<p>Non si tratta, ovviamente, di idealizzare la funzione dei pazienti \u201caltri\u201d elevandoli o deformandoli al rango di informatori culturali. Si tratta, invece, di costruire quella base di interazione in cui il linguaggio del paziente non sia sconosciuto all\u2019orecchio del clinico, perch\u00e9 altrimenti questo esporrebbe il soggetto sofferente ad una serie di incomprensioni e fraintendimenti che preludono a fenomeni di rigetto, di marginalizzazione esistenziale e di trascuratezza assistenziale.<\/p>\n<p>Non si tratta nemmeno di rinunciare a quegli approcci scientifici e terapeutici, ma di essere disponibili al dialogo, alla problematizzazione, alla ricerca in comune\u201d(17).<br \/>\nQueste considerazioni ci pongono di fronte alla necessit\u00e0 di rendere concreta una procedura auto-formativa del sapere di ciascuno, in grado di decifrare, talora decriptare, quei princ\u00ecpi che strutturano il modello gnoseologico ed ermeneutico di riferimento, per arrivare ad accettare una riconsiderazione di quegli stessi princ\u00ecpi e della loro funzione clinica, nel momento in cui, in un approccio di cura e\/o di relazione educativa, come quello con soggetti provenienti da un altro contesto di vita e di cultura, si pone la necessit\u00e0 di aprirsi al nuovo del rapporto con l\u2019altro(18).<\/p>\n<p>Si concretizza, per la disciplina psicologica, lo stesso problema che si pone a livello educativo e sociale: multiculturalismo, pluralismo, quindi accoglienza, accettazione della diversit\u00e0 e ricerca di un\u2019integrazione che non sia semplice assimilazione ed omogeneizzazione, ma \u201capertura\u201d e dialogo con la diversit\u00e0, \u201ccostruzione\u201d negoziata di qualcosa di nuovo, tendenza al metalogo.<br \/>\nIn particolare, questo ribaltamento di prospettiva costringe a coniugare il punto di vista culturale con quello della formazione, in specie nell\u2019ambito sanitario, della cura e della salute mentale dei migranti.<\/p>\n<p>Da sempre la disciplina pedagogica si \u00e8 occupata, soprattutto, di studiare l\u2019attivit\u00e0 formativa che si svolge nei luoghi a tal fine deputati, ossia quasi esclusivamente nella scuola, come se la formazione possa esistere solo l\u00e0 dove essa viene ufficialmente autorizzata.<br \/>\nDa questo punto di vista, in questi ultimi anni, \u00e8 avvenuto un duplice, importante, riposizionamento della ricerca educativa: da un lato, si \u00e8 preso atto che la formazione \u00e8 uscita dai luoghi abituali, si \u00e8 allargata ad ambiti nuovi e, dall\u2019altro, che essa si riferisce anche ad et\u00e0 diverse della vita; una formazione diffusa, quindi, che tende e rendere educativi anche contesti che teoricamente non lo sarebbero(19).<\/p>\n<p>Disciplina intrisa di un forte valore dato alla tutela degli elementi culturali, l\u2019Etno-pedagogia(20) si prodiga nella possibilit\u00e0 di costruire un discorso pedagogico e quindi educativo, rivolto alla necessit\u00e0 dell\u2019evenienza interculturale, all\u2019accettazione e alla diffusione di un modello educativo che abbia in s\u00e9 i principi dell\u2019incontro tra culture nel loro pieno e reciproco riconoscimento di validit\u00e0 ma anche di confronto.<br \/>\nLa costruzione di questo dialogo formativo si pone come prioritario nella formazione continua di operatori che si cimentano nella comprensione dell\u2019uomo e, in particolare, di quei soggetti che giungono da contesti culturali spesso sconosciuti.<\/p>\n<p>In quanto Etnografia della formazione, questa disciplina guarda con interesse alla prossimit\u00e0 dell\u2019altro come generatrice della prossimalit\u00e0, a quelle \u201czone d\u2019ombra\u201d della quotidianit\u00e0 multiculturale che rappresentano altrettante opportunit\u00e0 educative, potenzialit\u00e0 formative che possono svilupparsi nel momento in cui le agevoliamo e le aiutiamo ad uscire dalla notte buia dell\u2019indistinto, del confuso.<br \/>\nIl termine Etno-pedagogia, a cui \u00e8 fatto riferimento in questa breve riflessione, intende volgersi verso l\u2019opportunit\u00e0, da parte della cultura scientifica psicologica, psichiatrica e pedagogica, d\u2019intraprendere un procedimento riflessivo che converga verso una rivisitazione delle metodologie e delle pratiche di educazione, di supporto e cura della persona, attraverso la presa in considerazione dei contesti etnico\/culturali di appartenenza sia dell\u2019operatore che dell\u2019utente.<\/p>\n<p>Questo processo di \u201cformazione culturale\u201d ha una sua duplice valenza; esso si concretizza sia in modo autonomo, da parte dell\u2019operatore sia all\u2019interno dell\u2019incontro educativo e terapeutico vero e proprio.<br \/>\nEntrambi i soggetti in questione si presentano come \u201ccoautori\u201d di un costante scambio culturale; dialogico, empatico ed espressivo.<br \/>\nIl primo riconoscer\u00e0 nella ricerca di senso dell\u2019altro la necessit\u00e0 di una rivisitazione dei modelli diagnostici conoscitivi della relazione educativa e d\u2019aiuto, che esulino da un inquadramento esclusivamente nosografico o da un sostegno rivolto in maniera etnocentrata.<\/p>\n<p>Da parte sua, il soggetto che usufruisce dell\u2019aiuto sar\u00e0, brunerianamente, narratore di s\u00e9, ma al tempo stesso sar\u00e0 narrato dalla cultura di cui fa parte, cosa che veicoler\u00e0 il processo di cura e\/o sostegno<br \/>\nLa questione che si pone non \u00e8 semplicemente come far coesistere culture, ma come farle incontrare; dunque, non si tratta di una semplice operazione di traduzione, la sfida che si pone \u00e8 quella di inventare un nuovo modello operativo, capace di trasformarsi in pratica concreta(21).<\/p>\n<p>&#8220;Parlare &#8211; scriveva Frantz Fanon &#8211; significa assumere una cultura, sopportare il peso di una civilt\u00e0, se si superano le parole e si lasciano parlare direttamente gli oggetti del proprio s\u00e9, si abbandonano le ombre e le suggestioni del proprio percorso personale, per dare spazio alla vera voce della persona con cui si dialoga\u201d(22).<br \/>\nOggi, nell\u2019incontro fra culture \u00e8 posta una sfida alla e della pedagogia; al suo fondo si pone l\u2019acquisizione di una visione culturale basata sul dialogo fra differenze, sull\u2019uso stesso del dialogo dell\u2019ascolto e della costruzione di una comunicazione\u00a0 pi\u00f9 piena e genuina possibile<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;Etnopsichiatria \u201cLa moltiplicazione di situazioni in cui gruppi culturali differenti vengono a contatto fa s\u00ec che non sia pi\u00f9 possibile applicare il protocollo psicologico-psichiatrico che abbiamo ereditato dagli studi otto-novecenteschi.\u00a0Si rende necessario trovare un metodo pratico e l&#8217;Etnopsichiatria \u00e8 la prima scienza coerente con ci\u00f2 che sta accadendo nel mondo\u201d. 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